Ogni volta che lo vedo e, soprattutto, che lo sento parlare di come si fa la polenta lo mando a farsi benedire nel nome di tutte quelle generazioni di donne che nei secoli hanno “menato” la polenta per quasi un’ora. Per chi non lo sapesse, questo celebrato cuoco dice che la polenta non va mescolata, basta dare una girata, abbassare la fiamma e piano piano cuocerà da sola. E penso all’Angiolina.
Uno dei ricordi più belli della mia infanzia è legato alla gita che una volta all’anno, forse ogni due o tre anni, si faceva a Trescore Balneario. Lo so che è vicinissimo a Bergamo, ma a quei tempi le automobili si contavano sulla punta delle dita di una mano, si usavano i mezzi pubblici, scassoni anteguerra!, e il tragitto era un’avventura.
Si preparava la gita per giorni e all’alba si partiva con la valigia. Sì, la valigia nella quale la mamma metteva i vestiti “brutti” perché partivamo acchitate, arrivate alla cascina ci cambiavamo, e noi ragazze avevamo il permesso di sporcarci (con moderazione), per tornare ci si ricambiava riprendendo l’aspetto di “signorine di città”.
Era una gioia correre per l’aia e nei campi, vedere le vacche, i vitelli, i maiali, prendere le uova praticamente dal sedere della gallina, cogliere la frutta dall’albero e mentre noi curiosavamo a destra e a manca l’Angiolina preparava il pranzo. La vedo ancora davanti al camino, con il paiolo appeso alla catena mentre “menava” la polenta con un lungo e sottile bastone di legno. Era estate, era sudata, ogni tanto si detergeva il sudore con la “scosalina”, con la “sc” aspirata, e girava, girava religiosamente in un unico senso.
Mia madre ci provava a darle il cambio, ma l’Angiolina le faceva notare che essendo mancina avrebbe cambiato il verso e questo non andava bene. E girava, girava, sudava, finché dopo quasi un’ora scodellava la polenta fumante sul grande tagliere rotondo di legno. Povera Angilina, quanto tempo ha sprecato, e tutte le altre con lei, perché a quei tempi non c’era il Picchi a dirle che basta dare una giratina, abbassare la fiamma e la polenta si fa da sé! Come preparo la polenta? Come l’Angiolina: cuocendola per un’ora circa e girandola sempre nello stesso verso con buona pace del Picchi!
Cara Antonia,
le tue descrizioni dell’infanzia sono tenerissime. Mi fanno venire in mente i terreni dei miei nonni, le caprette, l’asino Rusinella, e io e mia sorella trasportati su una gerla ai lati della Rosina!!! Non so, quelle estati che trascorrevo a Potenza (Sant’Angelo Le Fratte, ad essere precisi) erano placide, serene, fors’anco noiose, a volte, ma a me sono rimasti in mente, chiarissimi, suoni, odori, sapori, memorie di sagge vecchine che nessuno ricorderà mai. La mia Luna Cancro è fatta così. Ciao e a presto Perseo
Caro Perseo, ho altri ricordi del Cilento, quando Palinuro era solo un villaggio di pescatori… un giorno di questi “ricorderò” Mingardo e le sue grotte… le migliaia di pipistrelli. Mio marito è di Potenza!
Polenta! Qualcosa che poteva scatenare una guerra…in famiglia di mamma dire polenta voleva dire polenta bianca, che io detestavo perchè avevo la convinzione che fossa cotta nel latte, alimento che ho sempre aborrito.Per me , cresciuta da tata ancora viva e amatissima, dei monti di confine, polenta voleva dire quella gialla.Per me la polenta è solo gialla.Quella bella, col colore del sole. La polenta bianca la ho iniziata ad apprezzare da grande, col pesce…cosa non mi devo essere persa della cucina della nonna materna.
Tu ( Antonia ho deciso di darLe del “tu”, se me lo consente)dici giusto, il mescolare di continuo è fondamentale si dice, ma la mia amata tata mi raccontava e mi dice sempre ancora adesso che i boscaioli in realtà la polenta non la mescolavano, facevano proprio come dice il cuoco di cui sopra. Mescolavano pochissimo. La polenta la faccio solo in montagna, sul fuoco “vero”, con cucina a legna, di quelle con i cerchi che si tolgono.Non potrei mai chiamare polenta quella fatta in città. E compero la farina da mulino di un tempo, e la regalo pure.
Sono una donna di città cresciuta a polenta e formaggio, ecco per me la polenta è ancora ricordo di libertà, la associo alle vacanze,alle feste, ai giorni trascorsi da sola con la mia amatissima Gina. Ha 20 anni più di me e non sarei quello che sono se non avessi avuto lei come ” mamma giovane”, senza nulla togliere all’altra.Ma era difficile da far capire… il colore della polenta ci separava.Famiglia paterna non sapeva cosa era polenta, arrivati in Italia la hanno scoperta ma non si sbilanciavano sul colore!
Cara Nicole, va benissimo il tu. Viva la polenta… senza trascurare lasagne, spaghetti, rigatoni, stracotti, bolliti ecc., tutto con moderazione. Se vai alla sezione cucina di arcobaleno.net, trovi la “mia” cucina, sono tutte ricette testate da me e dalla mia numerosa famiglia e, come vedrai, si spazia dalle Alpi alle rive del Mediterraneo tutto, con un’occhiatina anche oltre confine.
Ho letto Antonia e ho trovato una cosa succulenta della quale mi ero dimenticata: le polpettine di pane, le finte polpettine che non mangio da una vita. Poi la mia tata le metteva nel sugo di pomodoro.Mi piaceva il sugo rosso!
Il pane raffermo : si faceva anche una torta buonissima, con uvetta, grappa,uova, eccc..Hai la ricetta?Altrimenti te la mando.
E poi gli gnocchi e una pasta fatta con la Imperia con farina bianca e pangrattato.Leggere la tua ricetta quante cose mi ha rammentato. Grazie.
Domani tutti a votare, marsch..
La torta di pane è stata un cavallo di battaglia quando le bimbe erano piccole. La ricetta l’ho ancora, prima o poi la riproporrò, altro che merendine agli additivi per renderti… drogato!
cara signora le sue attività di casalinga culinaria la discostano fortemente da quella che è la cucina da ristorazione, ogni chef potrebbe sfatare le sue teorie….per favore si faccia un favore prima di criticare s’informi meglio….lo dico per lei si eviterebbe brutte figure….
Egregio signore, un paio d’occhialini per leggere meglio e la pazienza per arrivare in fondo al pezzo no eh? Forse, si sarebbe evitato una critica inutile. Che significa “casalinga culinaria”? Io sono giornalista e scrittrice. Sono fortemente discosta dalla cucina di ristorazione? Non mi sembra di essermi qualificata come esperta e non parlavo di cucina di ristorazione. Ogni chef potrebbe sfatare le mie teorie? La teoria espressa nell’articolo è una sola: al mio paese, Lombardia, e in quello di mio marito, Basilicata, giusto per restare nell’ambito che conosciamo meglio, abbiamo sempre visto mescolare la polenta fino a cottura. Che la ristorazione non lo faccia è anche possibile, ma il signor lo consiglia alle casalinghe. E a proposito del mescolare o meno la polenta casalinga, se lo ricorda quel marchingegno con il paiolo e sopra il mestolo elettrico? Era forse una presa in giro per i consumatori? Le è mai capitato di frequentare o vedere in televisione sagre della polenta? Ebbene, attorno ai paioloni ci sono nerboruti signori armati di bastone che mescolano, mescolano, mescolano forse perché non hanno di meglio da fare? Informarmi meglio per non fare brutte figure? E quale brutta figura avrei fatto, di grazia? Forse la brutta figura l’ha fatta qualcun altro confondendo un ricordo personale con le regole della ristorazione che c’entrano come i cavoli a merenda.